Gli archeo-vini, viaggio nel tempo alla scoperta dei vini antichi
Si è svolto il 20 aprile, al Centro Congressi del Park Hotel Villa Quaranta di Pescantina (VR), il tradizionale Convegno storico di cui sopra, organizzato dai comitati della Festa dei Vini Classici della Valpolicella di Pedemonte e del Palio del Recioto di Negrar , e dal Consorzio Tutela Vini Valpolicella.
Questa la Fredda Cronaca.
Presentato dal Presidente dell’Assoenologi Veneti Daniele Accordini e moderato dal Giornalista e Storico Guido Montaldo iniziano gli interventi.
Il Professor Attilio Scienza, dell’Università agli Studi di Milano, da buon Ampelografo ha fatto una breve storia della vite e viticoltura, con interessanti parallelismi con la storia delle razze e delle varie caratteristiche dell’uomo.
Comunque non ci sono dubbi che dopo l’ultima glaciazione di Worm, tutte le specie viticole siano scomparse, e le che le uniche zone che si sono salvate da questa glaciazione siano state le regioni Circum-Mesopotamica e Trans-Caucasica , in quanto protette dalla catena montuosa del Caucaso.
Le prove quindi sono per la moderna viticoltura come figlia delle viti di queste due regioni.
Ma anche la Piccola Glaciazione del 1700 ha fatto le sue vittime viticole.
Il Professor David Maghradze, dell’Istituto dell’Orticoltura, Viticoltura ed Enologia di Tbilisi (Georgia), ha fatto un’ottima esposizione della viticoltura Georgiana, che non dimentichiamolo, fa parte delle regioni Caucasiche citate sopra, di tutte le varie regioni vinicole, della loro estrema varietà, e varie testimonianze storiche che fanno risalire la domesticazione della vite e le pratiche enologiche in Georgia da almeno 8000 anni prima di Cristo.
Il Professor Nikolas Nikolaou, dell’ Università Aristotele di Thessaloniki (Grecia), ha fatto la storia della viticoltura greca, riportando varie fonti storiche e letterarie, in cui la parte più interessante ha riguardato l’esposizione delle tecniche di conservazione del vino dal caldo clima di quelle terre, come l’aggiungere piccole parti di acqua di mare, l’aggiunta di essenze floreali, l’aggiunta di mieli e infusi di frutta e la più nota aggiunta di resina di pino, da cui si ottiene il Retzina, per antonomasia il vino popolare greco.
Il Professor Gianni Lovicu, del Centro Regionale Agricolo di Cagliari, ha esposto la storia della viticoltura sarda: purtroppo ha citato l’assoluta mancanza di prove scritte e i rari reperti archeologici.
Ma la Sardegna gode di una grandissima ricchezza di viti selvatiche, praticamente basta un minimo corso d’acqua per farla crescere spontanea, e che ultimamente si stanno facendo delle prove di vinificazione di uve selvatiche, e che i primi risultati, almeno sotto l’aspetto chimico, siano incoraggianti.
Questo per affermare che le viti selvatiche sarde siano abbastanza vicine alle viti domestiche, vista anche la grande varietà di vitigni presenti in un isola delle dimensioni della Sardegna.
Curiosa anche la menzione del fatto che la viticoltura “commerciale” sarda sia storia recentissima, dai primi del ‘900, infatti prima nessuno si sarebbe sognato di far vino da vendere ad un popolo che nell’orto ha da sempre coltivato la vite, e che al limite usciva nel primo boschetto sotto casa per vendemmiare: interessante anche il fatto che la vite selvatica è talmente diffusa, che i pastori, nei lunghi mesi in cui erano lontani da casa, assieme ai formaggi, riuscivano a farsi il vino.
Dopo i ricercatori ha preso la parola Josè Rallo, della casa vinicola siciliana Donnafugata: il cui intervento si è basato sulla grande difficoltà della Sicilia
di far conoscere al mondo la sua vasta varietà di viti e vini, e come la scelta di impiantare vitigni internazionali sia stato un passaggio obbligato verso la notorietà.
Brevissimo alla fine l’intervento di Emilio Pedron, Presidente del Consorzio Tutela Vini Valpolicella, in cui elogia il Convegno e la storia, e che se fosse stato fatto un quindici anni prima non si sarebbe assistito alla Merlotizzazzione e alla Cabernetizzazzione della Valpolicella, e a un necessario ritorno alla tradizione.
Considerazioni, consigli e tiratine d’orecchi.
Credevate che mi sarei fermato alla fredda cronaca?
No di certo, non posso deludere i miei appassionati lettori senza alcune delle mie considerazioni.
Innanzitutto il convegno è stato interessante, soprattutto la parte storico-scientifica, e avrebbe meritato anche un maggior tempo di esposizione, ma purtroppo i tempi erano tirati.
E qui il primo consiglio agli organizzatori: il rispetto degli orari .
Era venerdì sera, alla fine di una settimana di lavoro, almeno iniziare alle 20.30 previste, non alle 21.15, visto che gli argomenti erano tanti, interessanti, ma come sempre nel caso di argomenti scientifici, necessari di lucidità e freschezza mentale da parte dei presenti.
Infatti gli ultimi due interventi sono stati più brevi del previsto.
Riguardo all’intervento della Signora Rallo: comprendo la necessità di far conoscere la Sicilia e i suoi vini tradizionali, ma vedo in giro troppi mischioni Internazional-Siciliani dal dubbio gusto, che alla Sicilia non fanno certo buona pubblicità!
Tiratina d’orecchie al Presidente del Consorzio Valpolicella: tralasciando i classici mischioni, ma non è stato il Consorzio stesso ad autorizzare, per i Vini della Valpolicella, l’uso del Merlot e Cabernet, condannando alla scomparsa un vitigno storico veronese come la Molinara?
E tiratina d’orecchie finale all’organizzazione: per tutto il convegno si è parlato di viticoltura Georgiana, Greca, Siciliana, Sarda e della Valpolicella.
A fine serata si aveva voglia di assaggiarli e l’interesse da parte dei convenuti per questi vini era alta: essi erano sì presenti, ma in varietà limitata, due Cannonau per la Sardegna, peraltro buonissimi, il Passito di Pantelleria Ben Ryè di Donnafugata per la Sicilia, che non ha bisogno della mia presentazione, uno strepitoso Vinsanto di Santorini per la Grecia, e quattro tipi di vini Georgiani, che visto l’interesse suscitato e la ressa mi e’ stato impossibile degustare.
Presente in forze la Valpolicella, con una bella sfilza di Amaroni, Recioti e Valpolicella Superiore.
Presenti anche alcune microvinificazioni di uve autoctone veronesi a cura della Provincia di Verona, ma anche qui la ressa non mi ha permesso di assaggiare, a parte una lacrima della Regina delle uve veronesi riscoperte, l’Oseleta.
Ma devo confessarvi una cosa: il vero scopo della mia visita a Villa Quaranta non era la partecipazione al Convegno, ma ero in missione per conto del Dio Rossa: in questo hotel soggiorna abitualmente il gruppo rock degli U2 quando è a Verona, quindi in realtà il mio è stato un pellegrinaggio verso il luogo calpestato da Hewson, Evans, Clayton e Mullen Jr., la band preferita dalla Franchini.
Per adesso è tutto.
Max Pigiamino Perbellini




Elisa said,
24 aprile 2007 at 17:10
Allora secondo quanto scrivi quest’estate potrò conservare nella mia tenda al caldo il boccione di “Ripatello” solo con una piccola aggiunta di acqua di mare…e senza dover scroccare ghiaccio in giro…
max perbellini said,
24 aprile 2007 at 18:29
A dire il vero non ho buoni ricordi del Ripatello, ma di una cosa sono sicuro: aggiungendogli dell’acqua di mare non può che migliorare….
Max Pigiamino Perbellini